PIRANESI di SUSANNA CLARKE


 PIRANESI

di

SUSANNA CLARKE

Ovvero

Quella volta che ho provato dolore

 

Ehi, queste sono le mie opinioni in merito al libro:

nulla a favore o contro chi lo ha scritto.

 

ANNOTAZIONE PER IL PRIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL'ANNO IN CUI L'ALBATROS E' ARRIVATO NEI SALONI SUD-OCCIDENTALI

Quando la Luna è sorta nel Terzo Salone Settentrionale sono andato nel nono Vestibolo per assistere alla congiunzione di tre Maree. E' un evento che accade soltanto una volta ogni otto anni.  


Così è iniziato il libro che più mi ha sorpreso in questo 2024- che non è ancora terminato, lo so, ma questo vi fa capire quanto mi abbia travolta.

Piranesi e Susanna Clarke erano parole che già conoscevo senza aver mai approfondito, dal momento che per qualche ragione questo libro non mi ispirava il minimo interesse. Nemmeno la copertina con il fauno suonatore in bilico sul piedistallo mi faceva simpatia e mai, nemmeno una volta nella vita, mi era venuto in mente di prenderne in mano una copia per sfogliarlo o dare un'occhiata alla trama. No, avevo solo trovato delle recensioni che iniziavano dicendo che si trattasse di un libro incentrato sulla decadenza, la disperazione e la nostalgia; tre cose che hanno la capacità di farmi scappare alla velocità di un razzo verso il primo libro di Giacomo Poretti (Miiiii! Giacomino!).

E' merito della sfida di lettura della Rete bibliotecaria bresciana se mi sono decisa ad affrontarlo: l'ho aperto svogliatamente e l'ho concluso agitata da morire all'idea che fosse finito. Io fra i Saloni volevo tornarci.

Questa sarà la parte senza che io parli di passaggi importanti, in modo da non rovinare la lettura a qualcuno.

Il libro ci immerge immediatamente nella realtà che il nostro protagonista, Piranesi, sperimenta e che ci coglie abbastanza impreparati visto che potremmo non riuscire subito a capire se si tratti di un sogno che lui sta facendo o del vero sfondo dei suoi giorni. Ed è in questo che consiste la vera forza del romanzo: invece di villaggi, navi spaziali o boscaglie per seguire le vicende percorriamo stanze enormi sotto lo sguardo sereno di statue alte metri. C'è di che essere curiosi anche già solo per questo, no?

Ma la Clarke non è brava esclusivamente nel descriverci gli spazi e le sensazioni che trasmettono, eccelle anche nella capacità di raccontare il modo in cui questi agiscano su chi li abita. Il rapporto uomo- ambiente qui ha un significato molto più profondo, andando ad innestarsi nell'inconscio e sulla capacità della nostra specie di adattarsi, sopravvivere e prosperare. 

Meglio: amare.

Sorprendentemente ci troveremo davanti anche ad un mistero che verrà dipanato lentamente ed in modo inusuale senza mai lasciare in secondo piano gli elementi che ci sono stati presentati nei primi capitoli; una cosa da non dare per scontata, dal momento che molti autori scordano di portare avanti insime con la trama principale anche il contorno. Brava Clarke!

E' un ottimo testo per chiunque e di qualsiasi età: nessuna volgarità, nessuno stupido colpo di scena finale messo per risollevare una storia banale, niente sdolcinatezza, niente psicodrammi. Solo un racconto interessante con personaggi ai quali ci si affeziona: ottima letteratura, insomma e quella è una mano Santa per tutti.

Mica male neanche come idea regalo per Natale.

 

Ora la parte dove scriverò di alcuni elementi importanti che potrebbero rovinare la sorpresa a qualcuno (valutate bene se andare avanti o meno, io vi ho avvertiti).


Lascio pure un pò di spazio che non si sa mai.




Giuro che dall'incipit fino alla fine io ho provato lo struggente desiderio di trovarmi fra quegli infiniti Saloni insime col protagonista, eppure è paradossale: l'idea di vivere in una Casa infinita con infinite Stanze ed infinite Statue, con il Mare ai piani inferiori ed il Cielo ai superiori, completamente soli non dovrebbe essere spaventosa? Tutti quegli occhi che ti fissano.

Vero è che noi vediamo attraverso il filtro di Piranesi che della Casa è il figlio prediletto, come si ripete spesso e con fiducia, tuttavia io penso che non provare inquietudine all'idea di trovarsi lì sia indice di un ben preciso tratto caratteriale. Del resto sul finale scopriamo che anche Raphael, la poliziotta che si è messa sulle sue tracce per ritrovarlo, avverte il bisogno di tornare là spesso e che lui ce la accompagna molto volentieri, senza escludere la possibilità di tornarci in pianta stabile. Vorrei saltare dentro le pagine e seguirli. 

Li invidio molto.

Non ho trovato decadenza bensì consolazione: se la Casa nasce dalla Conoscenza del mondo che noi abbiamo perduto perchè ci siamo allontanati dalla realtà per industralizzarci e crederci degli dèi in miniatura, sapere che da qualche parte esista una dimensione dove essa si è conservata e stabilizzata è confortante. Poi diciamocelo: quanto fascino esercita l'immagine delle Maree che salgono e si infragono su scalinate e nicchie? Io il rombo delle onde lo sentivo dentro davvero ma smaniavo perchè non lo potevano udire le mie orecchie.

Francamente non mi è importato che non venga approfondito il discorso occulto spiegando ben bene in cosa consistesse il rito che permetteva alle persone di entrare in quella dimensione parallela, nè di non saperne di più riguardo a cosa fosse accaduto agli scheletri dei quali il protagonista si prende cura dall'inizio della storia per come la conosciamo: è quel tipo di mistero non spiegato che secondo me rende più credibile una storia. No, io dico che l'autrice ha fatto benissimo a concentrarsi sul personaggio principale e sull'Altro, perchè questo crea una famigliarità con la loro vita che permette al lettore di riuscire a capire in che cosa consista la vita in un luogo che offre molto si, ma solo se si è disposti a lavorare alacremente. Non è forse questo l'ideale proprio dei Greci, mens sana in corpore sana

Non si potrebbe dire che addormentandosi Matthew, il ricercatore, lo studioso, il letterato affascinato dalle menti stravaganti e risvegliandosi Piranesi, un uomo pratico in pace col suo mondo e con il mondo in pace con lui, il protagonista ci abbia guadagnato in salute tornando proprio a quell'ideale di vita?

Chissà, può darsi che il gran dono della Casa ai suoi inquilini fosse proprio quello di riportarli ad un'esistenza arcaica ma armoniosa, che non li facesse vivere cinicamente e con un ego ipertrofico ad avvelenargli l'esistenza. Lo stesso esplorare vasti spazi privo di altra compagnia che quella degli uccelli è sintomo di una fiducia senza paura che noi abituati a chiuderci a chiave in casa possiamo solo invidiargli. Non prova solitudine, la sua mente si spande man mano che la Casa gli insegna cose nuove, dovendo preoccuparsi di prevenire Inverni e Maree le sue abilità di calcolo, di scrittura e di attenzione aumentano ed iniseme gli danno qualcosa da fare, impedendogli di lasciarlo nell'ozio che uccide. 

Questa è realmente una condizione paradisiaca.

Forse Piranesi ha ragione:

La Bellezza della Casa è incommensurabile; la sua Gentilezza, infinita.  

E io sto male all'idea di non poter vivere li.

 


 

 

 

 

 


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