LE CITTA' INVISIBILI di Calvino
LE CITTA' INVISIBILI
di
ITALO CALVINO
Ovvero
Non è che ne esiste una dove questo libro non è mai stato pubblicato?
Ehi, queste sono solo le mie opinini in merito al libro:
nulla a favore o contro a chi lo ha scritto.
Io sono fermamente convinta che alcuni titoli importanti vadano letti, giusto per poter dire di non avere sperperato l'eredità culturale che ci è stata lasciata. Ma esistono dei libri che anche se vengono annoverati tra i capolavori, a me, oggettivamente fanno schifo.
Non esiste un altro modo per dirlo: è così e lo so che "schifo" non bisognerebbe dirlo mai, però non trovo un'altra parola più azzeccata di quella.
Prima de Le città invisibili questo effetto me lo avevano provocato Storia di una capinera e Ultime lettere di Jacopo Ortis. I sintomi erano chiari: nausea, occhi costantemente al cielo, mani che sfarfallavano nel gesto internazionale del "mamma che balle", l'impressione che le pagine da leggere fossero un migliaio.
Così è stato con quelli, così è stato per questo. La differenza principale è che qua non ho trovato dei protagonisti che sembravano strafatti o usciti da uno di quei romanzi romance che si possono trovare in Wappad: stupidamente emotivi, sempre infilati in quale situazione ai limiti del ridicolo e destinati alla sfiga. No, non li ho davvero potuti sopportare.
Ma veniamo a queste benedette città che non si vedono, non si sa dove stiano, se esistano, se siano immaginarie, se si tratti di super cazzole o cosa.
In pratica c'è l'imperatore Kublai Kan che ha conquistato una gran quantità di territori che però non conosce, perciò manda i suoi esploratori in lungo e largo per farsi raccontare cosa succeda entro i confini del suo regno. Tra questi indefessi viaggiatori che riportano desolanti notizie di quanta corruzione circoli in ogni strato della società, corrompendone le fondamenta stesse, ce ne è uno che gli racconta di città col nome di donna una più strampalata dell'altra.
Adesso, non è che ci voglia un genio a capire che ciascuna di loro sia metafora di qualcosa ma dai, si può piantar giù una metafora lunga centosessanta pagine?! Ragazzi, insomma, dopo un pò uno si stufa. Io avevo l'impressione che il libro non partisse mai, che non arrivasse mai al ciccio del discorso. Ma come si fa a scrivere un racconto interamente composto da metafore slegate fra loro? Ma dai!
Oltretutto certe volte avevo la sensazione di non capire in che lingua fossero descritte le città, perchè le parole si attorcigliavano come serpi in frasi che non capivo dove iniziavano ma perlomeno capivo avessero una fine, rendendomi impossibile districarle.
L'unica cosa che sono certa di aver compreso correttamente è il generale senso di malinconia presente qui come in tutti i libri di Calvino che mi è capitato di leggere e quella io la apprezzo sempre, se ben scritta. In questo la tristezza è monopolio dell'Imperatore che, infelice per lo stato decadente del proprio paese, non si da pace: esisterà una soluzione? No.
Da qui la tristezza.
Ecco, su questo si potrebbe davvero ragionare perchè se pure noi ci mettiamo a riflettere su come sembra che il mondo vada a rovinandosi ogni giorno un pò di più, senza che qualcosa riesca a mettere un freno efficace. Che possiamo fare contro il logorio della vita moderna? Beh deprimersi, evidentemente.
Però se siamo fortunati almento un pò come il nostro Kan, avremo vicino un amico che ci racconterà cose magiche ed incredibili senza capo nè coda per mostrarci la realtà da un'altra angolazione. Il risultato non sarà per forza meno deprimente, anzi: in certi casi pare un approfondimento sul tema. Però la nostra mente sarà talmente impegnata nel tentativo di capire che cacchio stia cercando di dirci, che forse la nostra angoscia sarà mitigata dalla confusione.
In effetti se io fossi stata il Kan avrei sentito le eterne parole di Giacomino risuonarmi nella testa: "Cioè prima la confonde col deliro e poi: "Posso baciarti?", eh lo stesso grado di confusione e delirio, però provocate in un'atmosfera da Settimo sigillo.
Non lo so, ho trovato commenti di persone innamorate di quest'opera, cosa che comprendo benissimo: se con me questo modo di comunicare non funziona, non è detto che ad altri non conquisti. Ma in un articolo ho letto che un letterato famoso ha dovuto trovare la forza per ammettere a sè stesso ed agli altri di detestare Calvino: ma perchè?
Possibile che ci si debba sentire obbligati ad amare qualche autore/ autrice se questi è considerato importante dalla critica? Sul serio i nostri gusti personali non contano nulla o devono venire messi in secondo piano per non fare la figura degli ignorantoni davanti ad un'élite?
Se non mi sento libera di dire che no, non apprezzo tizio tal dei tali, per la paura di venire bollata in qualche modo poco simpatico, sono sicura che leggere mi abbia davvero arricchita o non sia invece stato altro che un esercizio di stile? Una posa da spararmi quando sono in mezzo agli altri?
Attenzione: io non ho nulla contro Calvino. Sono sicura che fosse un maestro, sicura che abbia parlato attraverso le sue righe a chissà quante persone che ne han tratto grande giovamento e gli saranno debitrici a vita.
Quello che a me inquieta è come la nostra specie riesca a creare dei tabù attorno a certe figure che non sanno trasformare l'acqua in mojito, però vengono elevate a divinità.
Ecco, forse è questa l'unica cosa buona che mi ha dato le Città invisibili: la decisione di fregarmene e dire cosa ne pensi.
Chissà se anche Calvino aveva qualche difficoltà ad ammettere che non gli piacesse, che ne so, Tolstoj?
Cacchio, chissà cosa ne avrebbe pensato Tolstoj, di Calvino!


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